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di Enzo Traverso

traduzione di Saverio Esposito

Riproproniamo da “Lo Straniero” n. 191 del maggio 2016 un saggio di Enzo Traverso che ci sembra importante far conoscere ai nostri lettori in vista delle parlamentari europee.

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Il processo di unificazione europea attraversa oggi una crisi profonda, la più grave dal momento della sua nascita agli inizi degli anni cinquanta. In meno di un anno, a partire dalla crisi greca e subito dopo da quella dei rifugiati, l’Unione ha mostrato il suo volto di Medusa, così spaventoso che, guardandolo, si rischia di restarne pietrificati. Non c’è più nessuno che si illuda su un’istituzione che, invece di incarnare un’idea federalista, è diventata un guscio vuoto quando non oggetto di battute e di sarcasmi. I soli a rivendicarne ritualisticamente le virtù sono i membri di una classe politica altamente discreditata, che sembrano non aver più cultura né valori e che, più dichiarano di credere nell’Unione Europea, più la squalificano, anche quelli tra loro, maschi o femmine, che non hanno mai avuto simpatia per l’antieuropeismo conservatore, nazionalista, xenofobo.

La xenofobia cresce dovunque, come succede sempre in tempo di crisi, quando l’assenza di un’alternativa politica credibile crea un vuoto riempito solo dalla paura, dal ripiegamento identitario, dall’egoismo più ottuso, dalla ricerca di un capro espiatorio. La crisi dei rifugiati va avanti da mesi in circostanze sempre più drammatiche ed è la vistosa dimostrazione di tutto questo. Accogliere i nuovi paria è un dovere etico e politico, innanzitutto perché, oltre a ogni considerazione di ordine umanitario, questi migranti sono in fuga da guerre che sono nostre, che sono il risultato della destabilizzazione del Vicino Oriente e di una parte dell’Africa, in paesi che sono piombati nel caos per via delle guerre occidentali, che li hanno balcanizzati distruggendo i loro stati e le loro economie, spezzando equilibri etnici e religiosi già precari, nati un secolo fa con la spartizione coloniale delle spoglie dell’Impero ottomano. Su tutto questo, nessun leader europeo ha il coraggio di dire la verità e di assumere le sue responsabilità.

Un discorso di verità dovrebbe cominciare ricordando alcuni dati elementari. L’Europa ha bisogno di migranti, ne ha bisogno per sopravvivere, per bloccare il declino demografico, per mandare avanti le sue fabbriche, i suoi laboratori, i suoi servizi, dunque per mantenere il suo potere economico, per pagare le pensioni di una popolazione sempre più vecchia, per aprirsi al mondo globalizzato. Tutti gli osservatori ripetono questa evidente, banale constatazione, ma le sole misure coordinate su scala continentale di cui i nostri leader sono stati sinora capaci sono state la chiusura delle frontiere, la militarizzazione delle coste, l’espulsione dei sans-papiers, la moltiplicazione dei centri di permanenza che funzionano come luoghi anomici di umiliazione e di miseria. L’Europa considera i suoi immigrati come una minaccia al punto di rifiutare in più paesi di naturalizzare gli “stranieri” nati sul suo suolo ed educati nelle sue scuole, al punto di promulgare leggi che mirano a stigmatizzare i suoi cittadini di religione musulmana.

Questa mancanza di visione e di coraggio ha reso i nostri leader politici corresponsabili del massacro che si compie giorno per giorno nel Mediterraneo. Fino a oggi le loro discussioni non hanno mai riguardato il modo di accogliere questa massa di persone in movimento che fuggono da regioni devastate da guerre che noi abbiamo provocato ma solo il modo di impedire che li lascino. Qualche centinaio di migliaia di rifugiati, intorno a uno o due milioni, sono poca cosa in un continente che ha più di

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500 milioni di abitanti, sono niente in rapporto a quanto avviene oggi in paesi più piccoli e più poveri come il Libano, la Giordania o la Tunisia. Questa crisi è servita soltanto a rimettere in discussione i trattati di Schengen, a provocare la chiusura delle frontiere in seno all’Unione, a rivelare la totale incapacità dei nostri governi di trovare una soluzione coordinata. Sembra di essere tornati alla conferenza di Evian del 1938, quando le potenze occidentali dimostrarono la loro assenza di volontà ad accogliere i rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista. Nessuno li voleva, e gli argomenti a cui si ricorse per respingerli erano stranamente simili a quelli di oggi: la crisi economica, la mancanza di strutture di accoglienza, l’opinione pubblica contraria… La storia si ripete e i memoriali dell’Olocausto moltiplicatisi in Europa nei due ultimi decenni servono solo a dimostrare l’ipocrisia delle nostre istituzioni.

La crisi europea di questi anni è fatta di contraddizioni e di paradossi. Il primo è facilissimo da constatare e viene dal fatto che il vecchio mondo non è mai stato, nel corso della sua storia, così unito e compiuto come è oggi, nel momento in cui gli Stati minacciano di chiudere le proprie frontiere. Eppure per milioni di giovani sui vent’anni, le frontiere non significano più molto. Hanno studiato in più paesi dove si sono fatti degli amici, in cui viaggiano e di cui imparano le lingue. I loro scambi si intensificano e quando si incontrano non si vivono come stranieri, le differenze culturali che li caratterizzano non le considerano degli ostacoli ma fonti di reciproco arricchimento.

Insomma le nuove generazioni hanno scoperto il significato più nobile della parola “frontiera”, quello di un luogo di incontro invece che di separazione.

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L’esperienza cosmopolita dell’Europa, riservata un tempo a un’élite di privilegiati o, sotto aspetti assai meno gratificanti, di lavoratori migranti, è oggi un fenomeno di massa. In altri termini, l’unità europea esiste già, anche se non ha niente a che vedere con la retorica di Bruxelles né coi discorsi razzisti e islamofobi sull’Europa “giudaico-cristiana”. Esiste nel suo tessuto antropologico e culturale. Dunque la crisi dell’Europa attuale non è la crisi dell’integrazione sovranazionale delle società da cui è composta ma nasce dal rifiuto compatto, e sempre più radicale, che viene dalle sue istituzioni politiche. L’ascesa dei movimenti xenofobi che rivendicano il ristabilimento delle frontiere, la fine della moneta unica e la restaurazione delle sovranità nazionali non fanno che sfruttare questo rifiuto proponendogli una traduzione politica regressiva. Chi vota per questi movimenti vuole prima di tutto levare la sua voce contro la “cricca” di Bruxelles. La crisi europea è una crisi politica.

È dunque alle élite politiche che bisogna guardare. La differenza che le separa dai loro antenati è, da questo punto di vista, impressionante. Il contrasto è così forte che, per reazione, non si può che provare una certa ammirazione per quei vecchi conservatori che sono stati giubilati quali padri spirituali dell’Europa. Non mi riferisco a quegli intellettuali che, come Altiero Spinelli, hanno immaginato una federazione europea nel momento in cui il vecchio mondo stava sprofondando nella guerra, penso agli artefici delle nostre attuali istituzioni, agli Adenauer, De Gasperi, Schuman…

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pianeta

di Livia Apa

Freddy Sam

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Anche in Italia, in forte ritardo rispetto a molti altri paesi europei, viene finalmente tradotto da Meltemi l’importante saggio Sortir de la grande nuit, scritto del camerunese Achille Mbembe nel 2010, esattamente cinquant’anni dopo l’indipendenza delle colonie francesi. Uno strano ritardo visto che nel 2005 la stessa casa editrice aveva pubblicato Postcolonialismo, in un momento in cui il nostro paese sembrava ancora più impermeabile di oggi a quanto si pensa e produce nel continente africano. Si tratta, come dicevo, di un libro importante innanzitutto per il modo in cui, con una scrittura accattivante che vince gli angusti limiti della scrivere accademico, Mbembe delinea i tratti del ruolo che l’Africa si appresta ad avere dentro la contemporaneità globale, e lo fa ricorrendo a una potente capacità di rileggere e riconfigurare spazi teorici importanti come quelli della critica post-coloniale e decoloniale, rinnovando così il dialogo con il presente del continente ma soprattutto con l’immaginazione del suo futuro.

In realtà la lente attraverso cui Mbembe attraversa e rinnova questi due spazi teorici è quella del pensiero anticoloniale, non solo per i continui riferimenti ai mentori di quel movimento, primo fra tutti Frantz Fanon, ma per il modo in cui l’anticolonialismo diventa, nella sua riflessione, il momento a partire dal quale si fa imprescindibile pensare il rapporto fra le varie parti del mondo e il rapporto soprattutto tra l’occidente e gli antichi spazi colonizzati. Per riuscire a realizzare quest’obbiettivo Mbembe ci invita pagina dopo pagina a fare un appassionante viaggio in cui, partendo dalla sua esperienza personale, e attraversando il suo rapporto con la teoria critica, riflette sull’ex colono, la Francia, mettendo a fuoco la sua incapacità di liberarsi e uscire dal labirinto dell’orizzonte coloniale mettendo in atto strategie di auto-decolonizzazione.

È su questo punto, infatti, che si agglutina la riflessione di Mbembe. La Francia, come le altre potenze coloniali, non riesce a decolonizzare se stessa fondamentalmente perché consuma il suo non essere più il centro del mondo (come peraltro fa tutto l’Occidente) in una strategia difensiva di controllo delle frontiere atte a relegare ancora una volta l’Altro in uno spazio di non iscrizione nella contemporaneità. Ed è qui che Mbembe mi pare operare un importante scarto teorico. Sebbene egli sia erroneamente definito un pensatore postcoloniale, in realtà, pur riconoscendone l’importanza, prende una fondamentale distanza da quella tradizione di studi proprio perché essa ha riflettuto soprattutto sul rapporto tra il sé e l’altro, rapporto che però, come lui ci dice, viene meno a partire dal momento in cui la costruzione dell’altro perde di centralità proprio visto che l’Occidente non è più il centro del mondo, ma continua a sentire il bisogno di gestire una relazione di potere da ciò che è a lui dissimile. Il progetto teorico di Mbembe compie uno scarto quindi, richiamando l’attenzione e lo sguardo sul rapporto del sé con se stesso, mettendo l’accento sull’importanza di localizzare e situare la propria esperienza del mondo.

Questo scarto è decisivo non solo per l’Europa, ma anche per l’Africa perché riporta l’attenzione non più sul nostalgico recupero di forme di società che rivendichino e cristallizzino vaghe idee di tradizione e ancor più vaghi richiami a valori identitari, ma perché recupera quello che è stata la profonda lezione dell’anticolonialismo inteso come un movimento di liberazione globale che ha voluto creare innanzitutto una nuova forma di realtà : “se esiste un ‘eredità intellettuale, morale e politica del nazionalismo africano per la quale valga la pena spendere forze nella condizione attuali è quella così definita, quella del messaggio di gioia di un grande avvenire universale equamente aperto a tutti gli uomini e a tutte le nazioni” come si può leggere nell’epilogo del volume. Il monito è rivolto anche all’Africa quindi, un appello a re-immaginare il proprio futuro “in relazione” al resto del pianeta. Da qui può ripartire uno sguardo sull’oggi, che può dare una spinta a “quello che si può fare domani” come scrive Mbembe, nel continente e fuori di esso.

Emergere dalla lunga notte è un libro fortemente situato, un libro militante e poderosamente politico che apre il cammino alla riflessione che porterà nel 2013 a Critique de la raison nègre, un elogio della ragione negra intesa come lato oscuro del sapere illuminista, per poi approdare nel 2016 a Politique de l’inimitiéDel Gli Scatti Luca Stefanon Fotografo Giovanissimo GzVqUMSp, entrambi ancora inediti in Italia. Attraversa frontiere disciplinari ed evoca pioneristicamente temi (la città africana, la lingua e la cultura, il genere, il conflitto, la frontiera) che sono oggi, quasi dieci anni dopo la sua pubblicazione, al centro della teoria critica globale. Nonostante la struttura coerente e coesa del volume, ognuno dei sei capitoli di cui esso si compone può essere letto autonomamente ed è curioso che l’intervista che viene presentata in appendice al volume appare datata, per il modo in cui è condotta, diversamente dal libro.

Chiudo con una riflessione. È interessante notare come nell’accademia la ricezione del pensiero di Achille Mbembe si sia soprattutto limitata alla parte in cui egli riflette sull’Europa in chiave appunto post-coloniale, cioè sul rapporto tra ex potenze colonizzatrici e spazi colonizzati. Resterebbe però forse da esplorare la (fondamentale) dimensione della sua riflessione che si situa appunto dentro il sapere prodotto nel continente africano e che mi sembra essere il terreno da cui il brillante pensatore camerunese alimenti il suo ragionare. Oltre agli altri suoi importanti libri ancora inediti forse sarebbe auspicabile cominciare a prender in considerazione tutta una tradizione di saperi costituita da autori che oltre e insieme a Mbembe oggi pensano dall’Africa, non solo l’Africa ma il pianeta.

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di Savino Monterisi

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Sopravvivere in una piccola città di provincia a forte spopolamento, dove il lavoro scarseggia, lo stato è in ritirata in piena coerenza con la strategia dell’abbandono e Snam vuole far passare la sua più importante infrastruttura dopo Tap, non è facile, ma a un certo punto diventa necessario. Quando sul finire dell’università ho iniziato a domandarmi seriamente cosa volevo fare della mia vita, ho sentito innanzitutto un vuoto. Sentivo la necessità di riallacciare un filo con il mio passato, quando con l’inizio dell’università e il mio trasferimento a Roma avevo interrotto l’impegno sociale e politico. Avevo provato a mantenere alcuni contatti con persone con cui saltuariamente facevamo delle iniziative, ma non si ottenevano mai grossi risultati, perché la politica ha bisogno innanzitutto della presenza. Così guardandomi un po’ intorno, sul finire degli studi mi era sembrato di capire che quel vuoto avrei potuto riempirlo soltanto tornando a casa e occupandomi delle cose.

Sulmona è una cittadina circondata dalle cime più alte degli Appennini, il Gran Sasso, la Majella, il Velino, il Sirente. È situata al centro di una conca, la Valle Peligna, un comprensorio economicamente svantaggiato che ha visto il suo più importante sviluppo fra gli anni Settanta e Novanta, grazie ai contributi alle industrie della Cassa del Mezzogiorno. Con l’abolizione improvvisa della Cassa, le aziende hanno chiuso gli impianti e trasferito la produzione altrove, dando nuova linfa a quello che è sempre stato il fenomeno tipico di queste terre: l’emigrazione. Da sempre la meglio gioventù qui è costretta a cercar fortuna altrove per mancanza di opportunità, e questo è drammaticamente vero anche per la mia generazione – pre-millennials – ormai quasi tutta trasferitasi fuori Regione o addirittura all’estero. Opporsi a questo flusso inarrestabile è già di per sé un fatto politico, ancora di più se l’intento è quello di farlo con l’impegno attivo.

Che ha riguardato innanzitutto il gasdotto Rete Adriatica, un’infrastruttura “minore”, passata in sordina su tutti i media nazionali. Un gasdotto lungo circa 800 km che collegherebbe Brindisi a Bologna attraverso tutta la fascia appenninica, una delle aree sismiche più pericolose d’Italia. La Valle Peligna sarà attraversata per intero da questo gasdotto ed è prevista anche la costruzione di una centrale di compressione del gas, già autorizzata dal governo Gentiloni. Il progetto è voluto da Snam (Società nazionale metanodotti) che attraverso un complesso di infrastrutture energetiche – gasdotti, centrali di spinta e siti di stoccaggio – sta trasformando il nostro paese in uno dei più importanti hub del gas europei. Un hub del gas è una sorta di bocchettone del gas, in questo caso puntato sull’Europa, pronto a soddisfare il fabbisogno energetico del Vecchio Continente. Il gasdotto in questione è la continuazione naturale del più conosciuto Tap (Trans Adriatic Pipeline). Da undici anni in Valle Peligna comitati di cittadini si oppongono all’opera e, sul finire del 2015, si è aggiunto anche il collettivo AltreMenti Valle Peligna, che ho fondato insieme ad alcune amiche e amici.

L’Abruzzo è stata negli ultimi anni una delle Regioni più conflittuali del Paese, almeno per quanto riguarda le questioni ambientali. Da sempre narrato in Europa come Regione “verde” o “dei Parchi”, in quanto su un terzo del territorio regionale ci sono parchi nazionali, regionali o riserve naturali, negli ultimi tempi è stato al centro di diversi conflitti ambientali. Il tentativo di costruzione del terzo traforo del Gran Sasso, poi bloccato, la discarica tossica di Bussi definita come la più grande discarica abusiva d’Europa, il terremoto dell’Aquila e i progetti di trivellazione al largo della costa, il più importante dei quali è conosciuto come Ombrina Mare, anche questo bloccato con una manifestazione imponente il Lungo In Svasata Rosa Jlfc1tk Corpino Velo Gonna Abito Elegante Cipria 34RSj5LqcA23 maggio 2015 a Lanciano, dove hanno sfilato oltre 60 mila persone. Questa è stata la manifestazione con maggiore partecipazione del 2015Libby Catanzaro Catanzaro Monterosso La Sposa Monterosso Libby La Sposa Monterosso La Libby EDWHYI92 in Italia, la seconda è stata quella contro Expo del 1 maggio a Milano, che ha contato 50 mila persone. Insomma l’Abruzzo ha espresso una certa radicalità come risposta alle devastazioni ambientali che la provincia italiana subisce – Tav, Tap, Muos, Trivelle.

La costruzione di una centrale di compressione in una valle soggetta al fenomeno dell’inversione termica e quindi al limitato ricircolo dell’aria, fa sì che tutte le sostanze prodotte dalla combustione del gas rimangano nell’aria producendo particolato secondario. Qual è la compatibilità di una simile opera con la vocazione “verde” dell’Abruzzo? La centrale verrebbe costruita alle porte del Parco della Majella, in un sito di elevato valore paesaggistico. Ci sono poi rischi per l’elevatissima sismicità dell’area, la centrale dovrebbe sorgere a pochi chilometri dalla cosiddetta “faglia del Morrone” una delle più pericolose e studiate in Italia. Dopo aver dissanguato il territorio con la chiusura delle fabbriche, ora si vorrebbe costruire un’opera impattante che minerebbe per sempre la vocazione turistica e fortemente ambientale di cui invece il territorio potrebbe fregiarsi. L’Ippc (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) ha detto poi chiaramente ai governanti della terra che restano soltanto 12 anni per invertire la rotta ed abbandonare tutte le fonti fossili, gas compreso. A questo va aggiunto infine che i consumi di gas in Italia sono in netto calo da anni e si aggirano intorno ai 70 miliardi di metri cubi, ben lontani dal picco massimo degli 85 miliardi di metri cubi toccati nel 2005. Il gasdotto avrebbe quindi una pura funzione speculativa da parte di Snam, che costruirebbe a spese dei contribuenti – sì, perché il costo del gasdotto è scaricato in bolletta – un’opera dalla quale si arricchisce solo lei, mentre i costi sociali ed economici verrebbero completamente scaricati sulla collettività.

Dal finire del 2015 AltreMenti ha cercato di veicolare il messaggio dei cosiddetti “no Snam” in ogni direzione, nelle scuole ad esempio, dove a inizio del 2016B07dhr9zy4 Jeans Jo F18170t5191 Beige Gonna Liu Donna OkXiZPu è nato il Collettivo Studentesco Sulmona che si è unito alla lotta contro la grande opera, nei settori produttivi, fra le popolazioni dei comuni limitrofi, fino a arrivare ai capoluoghi di provincia, Pescara e L’Aquila in particolare. Il collettivo ha cercato di utilizzare un metodo comunicativo nuovo. Parole, immagini, video, slide, si sono rinnovate nel tentativo di far combaciare le esigenze portate avanti dai comitati cittadini con le mutate esigenze della comunicazione. Il mix ha fatto breccia e in poco tempo nel territorio peligno si è tornati a fare un gran parlare di questa scottante questione. Nel frattempo nell’Abruzzo interno si è aperto un altro fronte ambientale che ha visto AltreMenti impegnarsi in prima linea insieme a diverse altre associazioni. Il fronte in questione è stato il progetto della Toto Group, concessionario delle autostrade abruzzesi A24 ed A25 attraverso la controllata Autostrade dei Parchi, che voleva costruire una variante autostradale – con 40 km di gallerie annesse – fra i caselli autostradali di Bussi sul Tirono e Celano, nell’area che rappresenta il bacino imbrifero più importante della regione dove sotterraneamente convogliano le acque provenienti dal massiccio del Gran Sasso e da quello del Velino-Sirente. La variante avrebbe comportato ai clienti un risparmio di tempo di circa 20 minuti, mentre al concessionario avrebbe risparmiato la manutenzione ordinaria e straordinaria su diversi chilometri di viadotti che per obbligo era tenuto a svolgere e che negli anni non aveva effettuato. Il costruttore dell’opera, poi, sarebbe stato il proponente stesso del progetto, Toto Group. Questa proposta che ha trovato la ferma opposizione di popolazione e associazioni, alla quale poco dopo si è unita anche la politica che per voce dell’allora ministro dei Trasporti Graziano Del Rio ha stoppato l’opera.

Il lavoro di AltreMenti è andato avanti a Sulmona e nei comuni del comprensorio peligno. Si è cercato, fra le altre cose, di fare un’operazione di memoria storica con il recupero e la valorizzazione di figure molto importanti per il territorio come l’anarco-sindacalista Carlo Tresca, del quale ogni anno viene festeggiato il compleanno, o Oscar Fua, sedicenne ebreo che mentendo sulla propria età si unì durante la resistenza ai patrioti della Brigata Maiella e perse sciaguratamente la vita a Brisighella, alle porte di Bologna. Un lavoro politico tout court che la comunità ha riconosciuto e che si è andato progressivamente guadagnando la credibilità anche in virtù dell’assenza completa dei partiti, ormai ridotti a comitati d’interesse capaci di attivarsi solo a ridosso delle elezioni per spartirsi quel poco di potere rimasto agli enti territoriali.

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pianeta

di  Luca Raineri

Gabriele Galantara, “Domani a conti fatti – Pantalone: Valeva proprio la pena?”, vignetta per L’Asino contro la guerra di Libia, 1911

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Heidegger sosteneva che l’essere è ciò che permette il darsi a vedere degli enti, l’orizzonte entro cui si manifestano. Gli enti, gli eventi, le cose del mondo ci sono nella misura in cui si mostrano di fronte ai nostri occhi, si fanno avanti, presenti (prae-s-enti). Ma da Foucault in poi, sappiamo anche che questo spazio in cui gli enti si fanno presenti, visibili, e quindi soggetti a (o soggetti di) discussione, e eventualmente anche di deliberazione democratica, non è uno spazio neutro, bensì è uno spazio percorso, attraversato e intimamente costituito da relazioni di potere. È il potere che definisce il perimetro entro cui enti e eventi del mondo appaiono. È il potere che, infiltrandosi nella microfisica di ogni rapporto, decide cosa emerge e cosa affonda nella cacofonia del mondo. Che pone l’agenda delle discussioni, e cura l’immagine degli argomenti sul tavolo. Un potere con la “p” minuscola, non quello del grande burattinaio che amano immaginare i cospirazionisti, bensì quello decentrato nella pluralità dei saperi e delle pratiche, ma proprio per questo pervasivo e ineludibile.

La guerra, in quanto manifestazione estrema e nuda del potere, offre un teatro eloquente per l’esibizione di queste dinamiche. In guerra, si sa, la prima vittima è la verità. L’informazione di guerra forma, deforma e trasforma l’opinione pubblica. Perciò il sapere sulla guerra, il sapere della guerra, è anche una forma di potere di cui è fondamentale mantenere il controllo. La storia del ventesimo secolo ci ha assuefatti ai bollettini di guerra filtrati dalle propagande di regime. E noi smaliziati lettori postmoderni abbiamo imparato a non prendere per buone le verità della televisione, specialmente quelle che parlano la stessa lingua di un paese profondamente e integralmente coinvolto in un conflitto armato in corso.

La guerra in Libia è un caso paradigmatico: guerra di spie par excellence, in cui il dato empirico è avvolto nel mistero e soggetto a continua manipolazione. L’Italia è esposta in prima fila alle dinamiche di sapere e potere che definiscono i parametri del conflitto libico. Il nostro “interesse nazionale” – sufficientemente ipertrofico da estendersi al di là dei confini della nazione stessa – annovera fra le sue priorità le sorti della Libia, tecnicamente uno stato sovrano. La perfetta continuità registrata in questo senso dai governi Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni e Conte allude ad ambizioni strategiche più profonde e durature del balletto superficiale dei partiti, e trascende le tattiche dal respiro corto buone solo per accalappiare e addomesticare un consenso volubile.Donna Scarpe Set Grass B Twin seta Green sdhrxCtQ

Così vicina e così importante, la Libia occupa stabilmente da anni le prime pagine dell’informazione sugli esteri in lingua italiana. Eppure, non è difficile cadere nella sensazione che più se ne parla, meno se ne capisce. Cosa succede in Libia? Succede qualcosa, o siamo sempre al punto di partenza di una guerra civile di cui non si vede la fine proprio perché non fa che reiterare il suo inizio? E a cosa assomiglia, questa guerra civile? A uno scenario somalo, di totale implosione dello stato e anarchia di bande armate, o a uno scenario siriano, di insorgenza in aree ben delimitate e repressione con mezzi pesanti, bombardieri e decine di migliaia di vittime civili? E in questo conflitto, noi, con chi stiamo? Stiamo con Serraj, oppure con Haftar – che sempre più spesso viene invitato a Roma con tutti gli onori? Stiamo contro gli islamisti, quelli dell’Isis, o con loro, quelli delle milizie di Tripoli e Misurata?

Parte della confusione è certamente attribuibile alla mutevolezza del conflitto libico stesso. In Libia, le identità sono negoziabili, e sul campo si susseguono cambiamenti di fronte, decomposizioni, ricomposizioni e colpi di scena, in un caleidoscopico giro di alleanze in cui sembra che tutto cambi affinché non cambi niente. Confusione che rimbomba nella sfera mediatica, dove spesso poi sopravvive di una vita propria, che prescinde dalle dinamiche reali. La difficoltà di accesso diretto e di verifica, e il minuzioso controllo dei margini di agibilità di ricercatori e giornalisti, infatti, non fanno che allargare il fossato epistemologico fra il ribollire degli eventi in Libia, e ciò che di essi appare al discorso pubblico fuori dal paese. Due meccanismi, complementari ma di segno opposto, contribuiscono ad allargare questo fossato: la sottrazione e l’addizione. La prima opera in forma di censura, raramente conclamata, e più spesso sostituita surrettiziamente dalla banalizzazione di pratiche istituzionali, che tuttavia assolvono la funzione di filtrare il visibile, l’udibile e il dicibile a proposito del conflitto libico. La seconda consiste invece nella produzione di “notizie” più o meno deliberatamente sganciate dal dato di realtà, che invadono la sfera mediatica per condizionare l’interpretazione del conflitto ad uso e consumo di predesignati attori terzi. Sarebbe fuorviante chiamarle semplicemente fake news, perché l’apparenza mediatica qui si confonde e ibrida con l’essenza stessa del conflitto, dove anche le notizie dubbie possono avere effetti drammaticamente reali sui rapporti di forza in gioco.

È difficile stabilire con esattezza quando sia cominciata questa guerra ontologica, frontiera 2.0 della guerra di sapere/potere sulla Libia. Forse c’è sempre stata, ed è consustanziale alla guerra stessa. Ma per il pubblico italiano, una svolta si registra a partire dall’estate del 2017. A partire da luglio, da un giorno all’altro crollano gli sbarchi in Italia di migranti partiti dalle coste libiche. Perché nessuno tenti più la traversata, proprio durante la stagione teoricamente più propizia, resta un mistero; finché a inizio settembre appare sulla stampa inglese un’intervista al noto trafficante libico Ahmed Dabbashi, detto “Lo Zio”, il quale dichiara candidamente di aver ricevuto aiuti e garanzie dal governo italiano per porre fine al commercio dei barconi. In altre parole, Minniti avrebbe ricompensato i trafficanti disposti a passare dal contrabbando di uomini al contrabbando di influenze politiche. È ovviamente arduo verificare la fondatezza di queste dichiarazioni. A dispetto delle smentite ufficiali, Roma si trova comunque esposta a un grave imbarazzo internazionale (se non altro di facciata, dal momento che nella sostanza molti in Europa sembrano implicitamente avvallare la determinazione del governo italiano a fermare i flussi migratori dalla Libia, costi quel che costi). Ma proprio mentre giornalisti e ricercatori da tutto il mondo si preparano ad andare in Libia per cercare di vederci più chiaro, e capire quale sia la ragione di un cambio così radicale dei flussi migratori, la Libia opera un giro di vite senza precedenti sui requisiti di accesso al paese. I giornalisti stranieri sono messi alla porta, in coda per mesi ad attendere permessi che in molti casi non arriveranno mai. “Incertezze istituzionali”, si dirà, scaricando la responsabilità sul muro di gomma di una burocrazia senza nomi, né ruoli né indirizzi. I giornalisti locali nel frattempo diventano oggetto di sorveglianza e minacce da parte delle milizie libiche a cui “i partner internazionali” hanno deciso di trasferire avanzate tecnologie di controllo e ascolto. Tali dispositivi non hanno fatto altro che aggravarsi da allora, rendendo l’ingresso in Libia praticamente impossibile anche agli habitués del paese. E ai pochi che ottengono il permesso di entrare a raccogliere informazioni di prima mano, viene imposta una gabbia di misure di “sicurezza” e “accompagnamento” tali da limitarne drasticamente la libertà di movimento ed azione. Il filtro si esercita su ciò che entra nel paese, come su ciò che ne esce.

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In casa

di Lucio Eicher Clere Donna Scarpe Set Grass B Twin seta Green sdhrxCtQe Samuele De Bettin

a cura di Nicola De Cilia

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Lucio è uno scrittore e poeta di Costalta, paese del Comelico, tra i fondatori del Gruppo musicale di Costalta mentre Samuele è responsabile del circolo culturale “La stua Giovanni De Bettin”, due realtà che tengono vive le tradizioni culturali ladine. A dicembre, la Magnifica comunità del Cadore ha riconosciuto con un premio il loro impegno sociale e civile verso una nuova cultura in primis antimilitarista e non autoritaria, all’interno delle tradizioni popolari: in questo momento di chiusure e rigetti, un segnale positivo.

 

Lucio Eicher Clere è istitutore a Longarone e Samuele De Bettin è insegnante di italiano e filosofia. Da poco, insieme a don Pierluigi Di Piazza, hanno portato sulle scene uno spettacolo teatrale e musicale ispirato a don Milani, L’obbedienza non è più una virtù. Lucio Eicher-Clere, è doveroso ricordarlo, è stato uno dei primi obiettori di coscienza, nel 1973. L’incontro è avvenuto nel piccolo ristorante annesso al panificio che gestisce insieme alle figlie. Un esempio di come si possano coniugare la tradizione e l’attività imprenditoriale con una buona dose di inventiva.

Il Comelico si è dimostrato fonte di notevole vivacità culturale e politica…

LEC: La presenza di minoranze culturalmente preparate ha sicuramente contribuito a smussare quell’arroganza che così spesso va di pari passo con l’ignoranza, che pure è presente. Ci sono stati gruppi amministrativi più aperti della media, dal punto di vista culturale, a volte anche espressione di una sinistra, in questi ultimi vent’anni anni, pur con tutti i distinguo necessari. Per esempio, nel Comelico superiore è stato sindaco un bravo maestro, molto impegnato sia nelle questioni di valorizzazione del patrimonio linguistico che culturale. Anche Alessandra Buzzo, sindaco di Santo Stefano, durante i suoi due mandati ha dimostrato di saper resistere ai ricatti di una certa politica e non si è chiusa nei meccanismi gretti e retrivi del localismo esasperato, blindato contro i migranti. Ciò ha reso la popolazione più disponibile all’accoglienza, in modi anche abbastanza significativi, a testimonianza di quanto contino gli atteggiamenti politici. Dal punto di vista culturale, siamo stati i primi ad aver detto che la piccola lingua ladina e la cultura tradizionale possono essere una fonte di creatività e di valorizzazione di un patrimonio storico millenario. Abbiamo cercato di recuperare quelli che sono gli autentici valori evitando il facile folklore e tutta quella becera mentalità che ha distorto la visione degli alpigiani: abbiamo sostenuto e dimostrato che una lingua minoritaria poteva diventare strumento per una riflessione più ampia. Abbiamo scritto racconti, messo in scena spettacoli e canzoni in cui si affrontavano temi come l’antimilitarismo o l’accoglienza: un nostro spettacolo si chiamava “Foresto”, termine con cui si indica genericamente chiunque non appartenga al paese, ponendo in scena il tema dell’estraneità, che poi è estraneità a se stessi prima di tutto.

 

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Tra l’altro, tu sei doppiamente “estraneo”: il tuo cognome è di origina sappadina, che è un enclave di lingua germanica, ma parli ladino.

LEC: Vero, i miei avi sono di origini sappadine. Per la mentalità tribale che caratterizza parte della cultura della montagna e che si può riscontrare nelle Regole, se hai un cognome non appartenente alla comunità, non puoi farne parte. Le Regole erano state soppresse da Napoleone, che aveva incamerato i beni tanto della Chiesa quanto quelle delle comunità rurali, aggregandole al patrimonio pubblico. Le Regole sono rinate nel 1948 col decreto Segni, dopo un secolo e mezzo. L’appartenenza paesana, tribale, è costituito da piccole comunità di quattro o cinque cognomi, una forma di campanilismo dai tratti a volte grotteschi: chi non è caratterizzato da un cognome che rientra in quelli certificati, non può partecipare e resta escluso. Quando abbiamo portato avanti la battaglia per permettere anche alle donne di partecipare alle Regole, nel 2017, mica tanto tempo fa, abbiamo trovato molte resistenze: infatti, dove la presenza femminile è stata accolta (su sedici Regole presenti in Comelico, solo otto hanno modificato gli Statuti), resta ancora esclusa la discendenza per linea materna. Mi spiego: se sei regoliere di Costalta, maschio, sposi una donna di un altro paese, fosse anche straniera, i tuoi figli hanno diritto, poiché portano il tuo cognome, di partecipare alla gestione tramite le Regole. Se invece una donna di Costalta sposa un uomo di altro paese, i suoi figli non possono partecipare alle Regole, perché non portano quel cognome. Abbiamo tentato di spiegare che è una cosa assurda, contraria non solo al buon senso, ma anche alle norme giuridiche, ma ci troviamo di fronte al disinteresse degli enti superiori della Regione Veneto, che seppure abbiano dichiarato che le Regole devono conformarsi alla legislazione vigente, hanno comunque approvato tali statuti di carattere medievale. Tergiversano, tentennano, temporeggiano. Eppure, basterebbe che la Regione minacciasse di tagliare tutti i contributi. A Cortina, per mantenere il Parco delle Dolomiti d’Ampezzo, la Regione stanzia minimo un milione e mezzo di euro l’anno. Tieni conto che adesso, col disastro seguito alla tromba d’aria del 29 ottobre 2018, ci saranno sicuramente contributi per il recupero del legname. Col legname in piedi, la Regola vendeva al commerciante, il commerciante appaltava la lavorazione del legname a una ditta, ci guadagnava la Regola, ci guadagnava il commerciante. Adesso, a causa dell’enorme quantità di legname caduto, è il commerciante che decide i prezzi e la Regola certo non ci guadagna: il valore del legno è crollato a 13 euro al metro cubo, mentre prima valeva 150, dieci volte di meno! Spiace dirlo, ma la situazione potrebbe essere sfruttata per forzare la decisione in senso democratico.

 

Ma almeno le Regole hanno contribuito a preservare questo territorio?

LEC: Le Regole si ispiravano al provveditore ai boschi della Repubblica di Venezia, si taglia quanto cresce e il bosco veniva quindi curato. Il disastro del mese scorso ha colpito in particolare i boschi relativamente più giovani, quelli piantati cent’anni fa, all’indomani della guerra: infatti i danni più gravi si sono avuti in Val Visdende e a Asiago: in entrambi i casi, il bosco precedente era stato distrutto durante la Prima guerra mondiale. È vero che le Regole, per molti versi, hanno impedito la vendita dei boschi e delle proprietà comuni, preservando il territorio. Nel passato, inoltre, le Regole hanno avuto un’enorme funzione sociale, dando lavoro, distribuendo legna e piante per costruire le case. I lavoratori dei boschi venivano pagati in viveri, farina sale latte formaggio, elementi fondamentali in una economia di sussistenza, una realtà in cui spesso si era costretti a emigrare. Per esempio, in Pusteria, dove, per tradizione, si andava anche a mendicare.Abito Nero Dolceamp; Vestiti Seta In Donna Gabbana 2428799 7ybgIYf6v

 

In mezzo a queste contraddizioni, che ruolo pensate di aver svolto con la vostra attività culturale?

LEC: Noi del Gruppo musicale di Costalta abbiamo colto il meglio della tradizione affidata al ladino e al tempo stesso abbiamo contribuito al suo rinnovamento, senza imbalsamarla in uno stantio culto del passato. Mi ha sempre infastidito che i testi dei canti di montagna siano spesso ingenui, al limite della semplicioneria, il che è un’offesa alla vera tradizione culturale montana. Sembra che il popolo sia talmente stupido che canta solo sciocchezze. Abbiamo invece cercato in questi anni di dare testi dignitosi alle nostre canzoni, con riflessioni che vadano al di là di una certa ingenuità; abbiamo cercato di elevare il livello della cultura tradizionale usando la nostra lingua per proporre cose nuove. Nei trentacinque anni di attività, il Gruppo Musicale di Costalta è stata la presenza più originale e creativa delle Dolomiti tra Veneto e Trentino, lo dico senza orgoglio personale, ma conoscendo bene la realtà ladina da Livinallongo al Comelico: non c’è stato dibattito culturale, in generale, ci si è fermati agli elementi più folkloristici, mentre credo che il ruolo delle minoranze possa essere davvero pari a quello del sale. Pensa al popolo ebraico, un’esigua minoranza che ha segnato la riflessione mondiale, non solo nella tradizione biblica, pensa ai valdesi e altre minoranze attive e propositive. In questo forse, la nostra riflessione ha potuto contribuire a un atteggiamento di ascolto e accoglienza, almeno per quella parte di popolazione più riflessiva e meno disponibile alla propaganda di odio che proviene dai vari mass media.

SDB: La mentalità montanara è fondamentalmente conservatrice, tipico di tutte comunità rurali che si basano sul ciclo stagionale, divenuta conflittuale durante il ’900, secolo della tecnica e della modernità. Il montanaro, originariamente, è venuto in montagna per difendersi da qualcosa e quella mentalità difensiva è rimasta: la tradizione è sempre stata vista come una garanzia di continuità, di sopravvivenza. Conservi e ti mantieni se conservi l’esistente. Noi, invece, vediamo la tradizione come un necessario radicamento ma aperto anche al resto. Qual è allora il ruolo della minoranza? Quello di avere un’identità forte da poter condividere e scambiare con altri, dare e ricevere, in modo da essere permeabili all’esperienza. Anche il lavoro linguistico che è stato fatto nella poesia ladina da parte di Lucio, ha scavato fino in fondo nelle possibilità della lingua, utilizzando parole in disuso, aggirando il lato comico realistico, legandoci invece a quel filone alto della poesia dialettale italiana e alla canzone d’autore: la lingua, la vera grande eredità di un popolo, non è solo il veicolo minoritario degli aspetti popolareschi ma anche una dimensione più profonda, in grado di esprimere sentimenti e valori universali. Ci sono tanti testi che fanno riferimento a uomini del popolo, del paese, analfabeti di grande umanità, che portano alla luce i legami di solidarietà e di vita cristiana vissuta. Abbiamo anche contribuito al recupero di scrittori che erano stati dimenticati: penso a Pio Zandonella Necca, poeta di Dosoledo, che ha scritto un canzoniere vero e proprio, che abbiamo riscoperto e riproposto.

 

Avete riempito i vostri spettacoli di contenuti politici, vedi il vostro ultimo spettacolo ispirato a don Milani.

LEC: Impossessarsi della tecnica del linguaggio, del significato della tradizione, dare, all’interno della comunità, più importanza all’aspetto culturale che a quello di potere, è un modo di conservare in maniera autentica una cultura secolare. Il grande buco si è verificato negli anni ’Donna Scarpe Set Grass B Twin seta Green sdhrxCtQ60 e ’70, quando i piani regolatori non hanno pensato a conservare il paesaggio, che è sempre anche culturale, non solo territorio. Penso a Auronzo, a Cortina: gli ampezzani hanno dato il via alle seconde case in montagna, svendendo di fatto la valle. Una scelta che ha ridotto al lumicino la presenza ladina: non c’è stato il possesso della tradizione né de territorio, poiché è mancata la sua valorizzazione in senso autentico, lì come in altre parti della montagna, ma forse dovrei dire dell’Italia intera. Oggi ritroviamo alla guida dell’Italia degli scriteriati, degli incompetenti. La cultura non ha inciso, neppure all’interno delle forze di sinistra, dove si avverte la mancanza di autenticità. Se ci fosse un possesso culturale dell’esperienza di un popolo non si assisterebbe allo sbando di questo paese. Quindi, può darsi che essere minoranza dia un senso di frustrazione, ma dà anche la serenità di aver svolto un lavoro coerente, di aver contribuito ad allargare le idee. Ho scelto, come Samuele e altri, di vivere dentro una comunità piccola, ma questo mi ha portato a sviluppare una cultura profonda e autentica. Come minoranza, lo rivendichiamo.

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